Aspettativa e funzioni pubbliche elettive: gli effetti delle modifiche agli ordinamenti regionali


Ulteriori chiarimenti Inps in ordine all’applicazione della previsione per cui i dipendenti eletti o nominati a ricoprire funzioni pubbliche elettive, che maturino il diritto ad un vitalizio o ad un incremento della pensione, sono tenuti a corrispondere i contributi pensionistici a loro carico, relativamente al periodo di aspettativa non retribuita loro concessa per lo svolgimento del mandato. Da alcuni anni, infatti, le Regioni modificano i propri ordinamenti in materia di tutela previdenziale dei consiglieri regionali, in attuazione delle misure di contenimento della spesa adottate dalla legislazione statale.


 


Come noto, i lavoratori dipendenti dei settori pubblico e privato, eletti membri del Parlamento nazionale, del Parlamento europeo o di assemblea regionale ovvero nominati a ricoprire funzioni pubbliche, che in ragione dell’elezione o della nomina maturino il diritto ad un vitalizio o ad un incremento della pensione loro spettante, sono tenuti a corrispondere l’equivalente dei contributi pensionistici, per la quota a carico del lavoratore, relativamente al periodo di aspettativa non retribuita loro concessa per lo svolgimento del mandato o della funzione pubblica. La “quota a carico” è dovuta sia nei casi di trattamenti calcolati con il sistema retributivo che nel caso di computo con il sistema contributivo o misto, limitatamente ai periodi figurativi in corrispondenza temporale dei quali, nella previdenza dell’incaricato, sussistano versamenti dovuti o comunque effettuati, finalizzati a vitalizi, pensioni o loro incrementi. Resta fermo che per poter procedere all’accredito figurativo non deve esistere, per il periodo di mandato o funzione, l’obbligo di iscrizione all’AGO o alle forme sostitutive, esonerative o esclusive della stessa.
In sostanza, ogniqualvolta, dall’espletamento del mandato o dalla nomina, discenda la maturazione di un vitalizio o di un incremento della pensione, i soggetti richiamati devono versare i contributi pensionistici a loro carico, per il periodo di aspettativa non retribuita loro concessa, pena il mancato riconoscimento della contribuzione figurativa.
Per gli eletti o nominati iscritti alle gestioni sia pubbliche che private, il versamento della “quota a carico” deve essere effettuato, da parte dell’Amministrazione dell’organo elettivo o dell’organo di appartenenza, entro il 30 ottobre dell’anno successivo a quello nel corso del quale è stata fruita l’aspettativa da coprire figurativamente.
Laddove poi le leggi regionali prevedano la sostituzione dell’assegno vitalizio con la corresponsione di un trattamento pensionistico a calcolo misto o contributivo oppure di prestazioni pensionistiche da parte di fondi di previdenza complementare, a decorrere dall’entrata in vigore delle riforme, i periodi di mandato continuano ad essere assicurati con versamenti destinati a tali forme di previdenza. Anche tali periodi di mandato possono essere coperti con contributi figurativi solo allorquando si ottemperi al versamento della “quota a carico”di competenza.
In caso di abrogazione del “regime assicurativo regionale”, invece, la Struttura Inps competente all’adozione del provvedimento amministrativo per l’accredito figurativo, accertare che le leggi regionali non garantiscano, in sostituzione, un regime assicurativo finalizzato a un trattamento pensionistico diversamente denominato. Per i periodi di mandato, privi di un “regime assicurativo regionale”, la contribuzione figurativa può essere accreditata senza l’onere del versamento della “quota a carico” del lavoratore.
Ancora, le leggi regionali possono prevedere anche l’istituto della rinuncia al vitalizio o ad altra prestazione afferente il regime assicurativo regionale. Anche in tal caso, una volta eccepita la rinuncia, la Struttura Inps competente verifica la situazione giuridica e per i periodi di mandato scoperti di un “regime assicurativo regionale”, la contribuzione figurativa può essere comunque accreditata.
Infine, quanto al procedimento per il riconoscimento del diritto di accredito figurativo, l’istanza deve essere presentata all’Istituto, da parte dell’eletto o nominato, entro il termine perentorio del 30 settembre dell’anno successivo a quello nel corso del quale ha avuto inizio l’aspettativa senza assegni, pena la decadenza dal diritto medesimo. Tale istanza si intende tacitamente rinnovata per ciascun anno di durata del mandato elettivo o della nomina all’esercizio della funzione pubblica, salvo espressa manifestazione di volontà in senso contrario. La presentazione tardiva della domanda preclude il diritto all’accredito esclusivamente con riferimento all’anno nel quale si è verificata l’omissione.


Inps: chiarimenti sull’esonero per calamità alle aziende agricole


L’Inps ha fornito precisazioni sui requisiti soggettivi/oggettivi per la concessione alle aziende agricole degli esoneri contributivi per calamità, sulle modalità di domanda nonché sui controlli per la concessione del beneficio in argomento.


Con circolare Inps n. 99/2013 sono state specificate le novità normative introdotte dal decreto legislativo 18 aprile 2008, n. 82, relativamente ai requisiti soggettivi ed oggettivi per la concessione del beneficio. In particolare, per gli eventi calamitosi verificatisi a decorrere dal 20 maggio 2008 (data di entrata in vigore del D.lgs n. 82/2008), sono ammesse al beneficio in commento le imprese agricole di cui all’articolo 2135 del codice civile, ivi comprese le cooperative che svolgono l’attività di produzione agricola, iscritte nel registro delle imprese o nell’anagrafe delle imprese agricole istituita presso le Province autonome.
A decorrere dalla stessa data, non è contemplata la minore percentuale di danno del 20% della produzione lorda vendibile delle aziende situate in aree svantaggiate. Pertanto, la misura dell’esonero è pari al 17% per le aziende che abbiano subito danni in misura superiore al 30% ed inferiore o pari al 70% della produzione lorda vendibile e pari al 50%, per le aziende che abbiano subito danni in misura superiore al 70% della produzione lorda vendibile.
Possono beneficiare dell’esonero parziale del pagamento dei contributi propri e per i lavoratori dipendenti i soggetti iscritti alla relativa gestione previdenziale in forma singola (coltivatori diretti, coloni e mezzadri, IAP) o associata. Si precisa pertanto che, relativamente alla contribuzione dovuta per i dipendenti, l’esonero è concesso esclusivamente per i lavoratori alle dipendenze di datori di lavoro che rivestono anche la qualifica di coltivatore diretto, colono e mezzadro, IAP e che siano regolarmente iscritti alla relativa gestione previdenziale. Possono beneficiarne, inoltre, i datori di lavoro che svolgono l’attività in forma associata alle condizioni previste nel paragrafo 4 della circolar n. 35/2006.
L’esonero parziale dei contributi è concesso a domanda ed è accordato dall’ente impositore su presentazione di apposita domanda degli interessati, corredata da dichiarazione resa ai sensi e per gli effetti della legislazione in materia.
Pertanto, a tal fine, i soggetti interessati dovranno presentare specifica istanza all’Istituto, in via telematica, accedendo dal sito istituzional ai “Servizi on-line” > “Domanda esonero calamità naturali” e compilando l’apposito modello predisposto.
La norma non prevede un termine di scadenza di presentazione della domanda. Tuttavia, al fine di consentire una corretta tariffazione e contabilizzazione degli obblighi contributivi e la rendicontazione dell’esonero, si precisa che i soggetti interessati devono presentare l’istanza entro il termine dell’ultimo giorno del dodicesimo mese successivo all’evento calamitoso, sempre che, ovviamente, risulti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto autorizzativo del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, ben potendo le aziende avvalersi del solo intervento compensativo dell’esonero e non delle altre provvidenze per le quali la norma fissa il termine di presentazione della domanda alle Autorità regionali.


In assenza di una specifica procedura di verifica dei requisiti per la concessione dell’esonero previdenziale, le Direzioni regionali/Direzioni di coordinamento metropolitano sono invitate a concordare con le competenti Autorità regionali le modalità ed i tempi per l’effettuazione di riscontri quali, ad esempio, quelli sulla valutazione dei danni al fine della convalida o revoca del beneficio di cui trattasi.
 


La sola qualifica di socio accomandatario non obbliga alla contribuzione commercianti

Con la recente Ordinanza n. 12331 del 18 maggio 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione alla gestione previdenziale dei commercianti se non c’è partecipazione personale e abituale al lavoro dell’azienda. Obbligo di contribuzione escluso, inoltre, se la società svolge unicamente attività di locazione di immobili propri.

FATTO


L’INPS ha contestato il mancato pagamento dei contributi previdenziali relativi alla gestione commercianti, al socio di una società in accomandita semplice che svolge attività di locazione di immobili propri, in relazione alla qualifica di socio accomandatario.
La Corte d’Appello ha confermato l’illegittimità della pretesa contributiva, sul rilievo che non erano emerse ulteriori attività oltre quella dell’affitto di un immobile di proprietà della società e che detta attività non configura un’attività economica organizzata qualificabile come imprenditoriale e, pertanto, non rientra tra le attività “commerciali” per cui ricorre l’obbligo di contribuzione alla gestione commercianti.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso dell’INPS i giudici della Suprema Corte hanno confermato la decisione della Corte di Appello, e dunque l’illegittimità della pretesa contributiva, sottolineando che:
– il presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è lo svolgimento di un’attività commerciale;
– secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di Cassazione la società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e che si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali (a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia attività di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare);
– dovendosi considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale non rileva il contenuto dell’oggetto sociale;
– in generale, con riferimento alle Società in Accomandita Semplice, la qualità di “socio accomandatario” non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore.

INAIL, prestazione per i malati di mesotelioma non professionale


Stabilita la misura della prestazione, per il triennio 2018-2020, per i malati di mesotelioma non professionale e i loro eredi.


In particolare, la prestazione è stabilita nella misura di euro 5.600,00 per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020. L’esposizione familiare deve risultare dalla documentazione attestante che il soggetto abbia convissuto in Italia con il familiare in un periodo in cui quest’ultimo era impiegato, sempre in Italia, in una lavorazione che lo esponeva all’amianto. L’esposizione ambientale è comprovata sulla base della documentazione attestante che il soggetto sia stato residente sul territorio nazionale in periodi compatibili con l’insorgenza della patologia medesima.
Unitamente all’istanza, occorre trasmettere altresì la documentazione sanitaria attestante la patologia mesoteliomica e contenente la data della prima diagnosi, ai fini della compatibilità dei periodi di esposizione, familiare o ambientale, all’amianto con l’insorgenza della patologia stessa. L’Inail – dopo aver esaminato l’istanza ritenuta accoglibile – eroga in un’unica soluzione la prestazione assistenziale entro novanta giorni dalla presentazione dell’istanza; laddove l’Istituto accerti l’incompletezza dell’istanza o della documentazione probante invita il richiedente a fornire le necessarie integrazioni entro il termine di 15 giorni. Tale periodo non si computa ai fini del termine di 90 giorni.


Per gli eredi dei malati di mesotelioma non professionale, la domanda deve essere prodotta da uno solo degli eredi beneficiari all’Inail entro novanta giorni dalla data del decesso del de cuius, su apposito modulo, insieme alla delega degli altri eredi, alla documentazione amministrativa e sanitaria richiesta, nonché a quella probante il decesso per mesotelioma e aalla scheda di morte Istat. La prestazione è corrisposta dall’Inail in un’unica soluzione entro novanta giorni dalla presentazione dell’istanza. Nell’ipotesi in cui l’INAIL accerti l’incompletezza dell’istanza o della documentazione probante invita il richiedente a fornire le necessarie integrazioni entro il termine di 15 giorni.

Minimale contributivo e rilevanza dei contratti collettivi su base nazionale


Laddove per uno specifico settore non risulti stipulato un contratto collettivo, legittimamente l’Inps può ragguagliare la contribuzione dovuta alla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva di un settore affine, restando a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre l’esistenza di altro contratto affine che prevede retribuzioni tabellari inferiori rispetto a quello applicato dall’Istituto.

La Corte di appello territoriale aveva ritenuto che la contribuzione dovuta da una società di trasporti andasse calcolata sulla base della retribuzione prevista dal CCNL di settore e che non esistendo un contratto collettivo specifico regolativo del settore del trasporto, lungo brevi tratte all’interno del Golfo di La Spezia e zone immediatamente limitrofe, doveva utilizzarsi il CCNL del settore più affine; non era quindi utilizzabile per tale finalità il contratto regionale indicato dalla società datrice di lavoro.
Ricorreva così in Cassazione il datore di lavoro, per aver la Corte di merito erroneamente ritenuto che la retribuzione da prendere in considerazione, ai fini previdenziali, fosse solo quella prevista dalla contrattazione nazionale, oltretutto relativa al settore dell’industria, in contrasto con la natura artigianale della società.
Per la Suprema Corte, il ricorso non è meritevole di accoglimento. L’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali, infatti, non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base “nazionale” (cosiddetto minimale contributivo), con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale e senza le limitazioni derivanti dall’applicazione dei criteri relativi al cosiddetto minimo retributivo costituzionale, rilevanti solo quando a detti contratti si ricorre ai fini della determinazione della giusta retribuzione.
Di qui, ove per uno specifico settore non risulti stipulato un contratto collettivo, legittimamente l’Inps può ragguagliare la contribuzione dovuta alla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva di un settore affine, restando a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre l’esistenza di altro contratto affine che prevede retribuzioni tabellari inferiori rispetto a quello applicato dall’Istituto.


Omesso versamento delle ritenute previdenziali e dolo generico


Con riferimento alla fattispecie di omesso versamento di ritenute previdenziali, l’imputato può invocare la assoluta impossibilità di adempiere il proprio debito, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione concernenti il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica che ha investito l’azienda, e l’aspetto della impossibilità di reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili.

Il caso giudiziario riguarda la sentenza di colpevolezza, emessa in primo grado e confermata in appello, del legale rappresentante di una società cui era contestato di aver omesso il versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali effettuate sulle retribuzioni dei dipendenti nell’anno 2013, per l’ammontare di circa 15.000,00 euro.
Propone così ricorso in Cassazione il medesimo, deducendo il vizio di motivazione in ordine alle cause che lo avrebbero costretto all’omissione contributiva riscontrata. Diversamente da quanto indicato in sentenza, la società del ricorrente non sarebbe stata investita da una mera carenza di liquidità, ma da una gravissima crisi economica e finanziaria, dovuta ad una drastica riduzione del fatturato; altresì, pur di garantire l’andamento della società, i due soci avrebbero, vanamente, anche acceso mutui ed ipoteche sui propri beni personali. Di ciò il ricorrente asserisce di aver ampiamente fornito documentazione, producendo bilanci, conti economici e stati patrimoniali, senza che aver alcun riscontro in sentenza. Di qui, pertanto, la palese assenza del dolo del reato contestato, ulteriormente confermata dalla presentazione tempestiva dei modelli DM10 e conseguente autodenuncia dell’imprenditore. Per la Suprema Corte il ricorso risulta fondato.
In primis, per costante e condiviso indirizzo di legittimità, per l’integrazione della fattispecie del reato in parola, quanto alla sussistenza dell’elemento soggettivo, risulta sufficiente il dolo generico, ossia la coscienza e volontà di non versare le ritenute effettuate nel periodo considerato, a nulla rilevando la circostanza che il datore di lavoro attraversi una fase di criticità e destini risorse finanziarie per far fronte a debiti ritenuti più urgenti. Al riguardo, infatti, il reato sussiste anche quando il datore di lavoro, in presenza di una situazione di difficoltà economica, decida di dare preferenza al pagamento degli emolumenti ai dipendenti o alla manutenzione dei mezzi destinati allo svolgimento dell’attività di impresa.
Pur tuttavia, costituisce parimenti costante indirizzo di legittimità quello per cui, nel reato in esame, l’imputato può invocare la assoluta impossibilità di adempiere il proprio debito, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione concernenti sia il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica che ha investito l’azienda, sia l’aspetto della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite il ricorso a misure idonee, da valutarsi in concreto.
Tanto premesso, nel caso di specie, la Corte di merito ha redatto una motivazione del tutto insufficiente, laddove si è limitata a sottolineare, in termini del tutto generici, che dalla documentazione prodotta dall’imputato, emerge con evidenza una crisi di liquidità, risolta con la consapevole commissione del reato e non con altre possibili soluzioni, negando di fatto di aver valutato le numerose produzioni offerte dalla difesa, che avrebbero potuto incidere quantomeno sul profilo psicologico della condotta.

Contribuzione virtuale in edilizia, la tassatività delle ipotesi di esonero


In tema di contribuzione virtuale nel settore edile, nel determinare la misura dell’obbligo in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dalla contrattazione collettiva, è prevista l’esclusione dall’obbligo unicamente nelle situazioni in cui è la legge ad imporre al datore di lavoro di sospendere il rapporto, dovendosi escludere la possibilità di un’interpretazione estensiva o analogica della previsione legale, avente natura eccezionale

La vicenda nasce da una cartella esattoriale contenente contributi previdenziali Inps omessi, emessa nei confronti di un datore di lavoro operante nel settore edilizio, in relazione ad alcuni periodi lavorativi e ad alcuni dipendenti. Il Giudice di prime cure aveva ridotto l’importo richiesto a mezzo ruolo, ritenendo che per alcuni periodi non fosse maturata l’obbligazione contributiva; i dipendenti extracomunitari, infatti, non avevano ricevuto la retribuzione, avendo fatto ritorno nei Paesi di origine, con conseguente sospensione del rapporto di lavoro. Successivamente, anche la Corte d’appello territoriale aveva rigettato il gravame dell’Inps, rilevando che nel caso di specie non trovava applicazione la regola del minimale contributivo, vertendosi in un caso di sospensione consensuale del rapporto di lavoro.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, lamentando l’erronea interpretazione della legge, in quanto la sospensione del rapporto di lavoro concordata tra il datore di lavoro ed il lavoratore, non può comportare l’esenzione della parte datoriale dall’obbligo di rispettare il minimale contributivo previsto in edilizia.
La Suprema Corte ritiene il ricorso meritevole di accoglimento. In tema di contribuzione nel settore edile, nel determinare la misura dell’obbligo in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dalla contrattazione collettiva, è prevista l’esclusione dall’obbligo di una varietà specificata di assenze, per cui è la legge ad imporre al datore di lavoro di sospendere il rapporto. Di contro, ove la sospensione del rapporto derivi da una libera scelta del datore di lavoro, ancorchè costituisca il risultato di un accordo tra le parti, continua a permanere intatto l’obbligo retributivo, dovendosi escludere la possibilità di un’interpretazione estensiva o analogica della previsione, di natura eccezionale.

Scelta per la destinazione del TFR: modifiche al Modulo TFR 2


Il Ministero del lavoro ha reso note le modifiche da apportare al «Modulo TFR 2» concernente la «Scelta per la destinazione del trattamento di fine rapporto», a seguito dell’innovazione normativa introdotta dall’art. 8, co. 2, del decreto legislativo n. 252 del 2005.


L’art. 8, co. 2, del decreto legislativo n. 252 del 2005 – come modificato dall’art. 1, comma 38, lett. a), L. 4 agosto 2017, n. 124 – prevede che ferma restando la facoltà per tutti i lavoratori di determinare liberamente l’entità della contribuzione a proprio carico, relativamente ai lavoratori dipendenti che aderiscono ai fondi di cui all’articolo 3, comma 1, lettere da a) a g) e di cui all’articolo 12, con adesione su base collettiva, le modalità e la misura minima della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore stesso possono essere fissati dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali; gli accordi fra soli lavoratori determinano il livello minimo della contribuzione a carico degli stessi. Il contributo da destinare alle forme pensionistiche complementari è stabilito in cifra fissa oppure: per i lavoratori dipendenti, in percentuale della retribuzione assunta per il calcolo del TFR o con riferimento ad elementi particolari della retribuzione stessa; per i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, in percentuale del reddito d’impresa o di lavoro autonomo dichiarato ai fini IRPEF, relativo al periodo d’imposta precedente; per i soci lavoratori di società cooperative, secondo la tipologia del rapporto di lavoro, in percentuale della retribuzione assunta per il calcolo del TFR ovvero degli imponibili considerati ai fini dei contributi previdenziali obbligatori ovvero in percentuale del reddito di lavoro autonomo dichiarato ai fini IRPEF relativo al periodo d’imposta precedente. Gli accordi possono anche stabilire la percentuale minima di TFR maturando da destinare a previdenza complementare. In assenza di tale indicazione il conferimento è totale.


Ciò premesso il modulo TFR 2 è modificato come segue: il primo punto elenco è sostituito con la formulazione seguente: «che il proprio trattamento di fine rapporto non venga destinato ad una forma pensionistica complementare e continui dunque ad essere regolato secondo le previsioni dell’art. 2120 del codice civile»; mentre il secondo punto elenco è sostituito con la seguente formulazione: «che il proprio trattamento di fine rapporto venga conferito integralmente o nella seguente misura in conformità alle previsioni delle fonti istitutive: … %, a decorrere dalla data della presente, alla seguente forma pensionistica complementare …………………………… alla quale il sottoscritto ha aderito in data …./…./….., fermo restando che la quota residua di TFR continuerà ad essere regolata secondo le previsioni dell’art. 2120 del codice civile. Allega copia del modulo di adesione».


 

Lavoratori autonomi: sospensione contributiva per malattia o infortunio grave


L’articolo 14 della legge n. 81/2017 prevede specifiche forme di tutela nel caso di rapporti di lavoro svolti in modo continuativo, durante i quali è possibile l’insorgere di eventi che non permettono la normale attività lavorativa. In particolare, è stata prevista la possibilità di sospendere il versamento della contribuzione in caso di malattia o infortunio grave.


La sospensione del versamento contributivo opera per l’intera durata della malattia o dell’infortunio fino ad un massimo di due anni. Al termine della stessa, il lavoratore è tenuto a versare i contributi e i premi maturati durante il periodo di sospensione in un numero di rate mensili pari a tre volte i mesi di sospensione.
In assenza di specifica indicazione normativa, le disposizioni interessano sia i titolari di partita IVA sia i collaboratori coordinati e continuativi indicati dall’articolo 52, comma 2, del D.lgs n. 81/2015, il cui rapporto di lavoro presenta le caratteristiche individuate dall’articolo 15 della legge n. 81/2017.


Come noto, l’obbligo contributivo è in capo al professionista, se titolare di partita IVA o associato, così come previsto dall’articolo 53 del TUIR ed al committente, se il rapporto è una collaborazione coordinata e continuativa, con obbligo di rivalsa sul prestatore di 1/3 del contributo. Pertanto, nel caso di malattia o infortunio grave il committente deve procedere nel seguente modo:
– inviare il flusso UniEmens del prestatore interessato indicando il codice di sospensione S1;
– sospendere il versamento della contribuzione (1/3 a carico del collaboratore e 2/3 a carico dell’azienda committente);
– effettuare il versamento in un’unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi sospesi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.
Analogamente, nel caso di malattia o infortunio grave il professionista deve procedere nel seguente modo:
– indicare nel quadro RR, sez. II, l’importo della contribuzione sospesa;
– sospendere il versamento della contribuzione dovuta (saldo e/o acconto dovuto nel periodo di sospensione);
– presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il Cassetto previdenziale liberi professionisti Gestione separata – Comunicazione bidirezionale;
– effettuare il versamento in unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.

Indennità di accompagnamento, dal 9 maggio procedura semplificata per gli ultrasessantacinquenni


L’Inps comunica l’adozione di procedure semplificate per la concessione dell’indennità di accompagnamento in favore di soggetti non più in età lavorativa.

Nel quadro delle attività di semplificazione degli adempimenti sanitari e amministrativi relativi alla concessione dei benefici di invalidità civile sono state avviate azioni di reingegnerizzazione delle fasi organizzative e procedurali del procedimento di concessione dell’indennità di accompagnamento. In particolare, l‘attività di semplificazione è rivolta ai cittadini non in età lavorativa, che presentano una domanda di invalidità civile, con la finalità di ridurre i tempi di erogazione del beneficio, attraverso l’anticipazione dell’invio delle informazioni che di norma sono trasmesse soltanto al termine della fase sanitaria. Al riguardo, con decorrenza dal 1° gennaio 2018, il requisito anagrafico per l’accesso all’assegno sociale è pari a 66 anni e 7 mesi, tuttavia la semplificazione riguarda anche le domande di accertamento sanitario presentate da coloro che hanno perfezionato il requisito anagrafico prima del 1° gennaio 2018 secondo i requisiti previgenti (ad esempio, 65 anni e 7 mesi compiuti tra il 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017).
Ciò premesso, sono state apportate delle modifiche alla procedura di acquisizione on line delle domande di invalidità civile da parte della categoria di beneficiari in parola, operative dal 9 maggio 2018, ma per le sole domande trasmesse dai Patronati. L’accesso alla procedura semplificata è subordinato alla condizione che il requisito anagrafico sia perfezionato alla data della domanda. Per consentire la verifica, nel primo pannello della “Compilazione on line delle domande”, deve essere acquisito il solo codice fiscale del soggetto richiedente. Successivamente, si potrà procedere con l’attività di acquisizione della domanda, suddivisa in due sezioni. La prima è relativa all’inserimento dei dati obbligatori e comprende i dati anagrafici, i recapiti, gli eventuali dati del coniuge, del rappresentante legale e la sezione relativa all’accertamento richiesto. La seconda consente di acquisire i seguenti dati:
– l’eventuale ricovero;
– l’eventuale delega alla riscossione di un terzo (quadro G) e in favore delle associazioni (quadro H);
– la modalità di pagamento (quadri F1 o F2).
In questa fase di avvio, la seconda sezione è facoltativa e, pertanto, resta salva la possibilità per il richiedente di inviare il modello AP70 secondo le ordinarie modalità, dopo il completamento della fase sanitaria. È prevista, infine, una sezione “Allegati” per l’inserimento di dichiarazioni di responsabilità e di altri documenti necessari in relazione alla tipologia di domanda.