Soggetta ad IRAP l’eccedenza dei compensi del revisore professionista


Il commercialista, che sia anche amministratore, revisore e sindaco di società, non è soggetto a IRAP per il reddito netto di tali attività perché è soggetta a imposizione fiscale unicamente l’eccedenza dei compensi rispetto alla produttività autoorganizzata (Corte di Cassazione – Ordinanza 07 giugno 2018, n. 14790).

La Suprema Corte non ha accolto il ricorso del contribuente che impugnava la sentenza della CTR, relativa al silenzio rifiuto serbato dall’Agenzia delle Entrate, nei confronti della istanza di rimborso dell’IRAP.
Per il ricorrente, la CTR aveva rigettato il suo appello sulla base di una motivazione solo apparente, in quanto avrebbe ritenuto che i beni strumentali eccedessero il “minimo indispensabile”, senza esaminare la natura e il relativo costo, per come documentato dallo stesso contribuente, aderendo, quindi, acriticamente, alla sentenza di primo grado senza dare dimostrazione di avere esaminato e valutato i motivi di gravame.
Inoltre, i giudici d’appello avrebbero imposto al contribuente l’onere della prova di dimostrare di non fruire dei benefici organizzativi dello studio associato nel quale era inserito, per lo svolgimento della distinta attività di sindaco di società, e senza che ciò fosse previsto in alcuna disposizione normativa.
Secondo la Cassazione, la CTR con accertamento di fatto, ha rilevato che l’attività professionale di commercialista – svolta in forma associata – era espletata congiuntamente con quella relativa agli incarichi di sindaco e amministratore di società tanto da costituire “sostanzialmente un’attività unitaria”, nella quale i beni strumentali erano “parametrati all’attività dal medesimo svolta di revisore per più di 20 società”.
Ha ribadito, poi, il principio di diritto secondo il quale non è soggetto a imposizione quel segmento di ricavo netto consequenziale a tale attività specifica, purché risulti possibile, in concreto, lo scorporo delle diverse categorie di compensi conseguiti e verificare l’esistenza dei presupposti impositivi per ciascuno dei settori interessati.
Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto che tale scorporo non fosse possibile, mentre, da parte sua, il ricorrente ha solo contestato la legittimità dell’accertamento sui benefici riflessi e indiretti sull’attività individuale, dell’appartenenza del professionista a un’associazione professionale, censurando erroneamente, la violazione del canone sul riparto dell’onere della prova.