Termine dilatorio a garanzia del contribuente nelle verifiche fiscali

Con la recente Ordinanza n. 29143 del 5 dicembre 2017, la Corte di Cassazione ha affermato che è illegittimo l’avviso di accertamento emesso, in seguito ad una verifica fiscale della G.d.F., senza il rispetto del termine dilatorio previsto a garanzia del contribuente, in considerazione dell’imminente scadenza dei termini di decadenza dell’azione accertatrice.

GARANZIA DEL DIRITTO DI DIFESA


Nell’ambito delle disposizioni riguardanti i diritti e le garanzie del contribuente sottoposto a verifica fiscale, è riconosciuto a quest’ultimo un periodo di tempo di 60 giorni dalla chiusura del processo verbale di constatazione, entro il quale è possibile presentare al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate osservazioni e richieste giustificative dei rilievi eccepiti dai verificatori della Guardia di Finanza. Tali osservazioni e richieste devono essere valutate dai funzionari ai fini dell’accertamento.
Quindi, prima del decorso dei 60 giorni (cd. “termine dilatorio”) è impedita all’ufficio l’emissione dell’avviso di accertamento a pena di nullità dell’atto.
In deroga a tale disposizione, l’ufficio può emettere l’avviso di accertamento in anticipo rispetto alla scadenza del termine dilatorio solo in presenza di particolare e motivata urgenza.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso quattro avvisi di accertamento nei confronti del contribuente sulla base dei processi verbali di constatazione (P.V.C.) redatti dalla Guardia di Finanza in esito alle verifiche fiscali, senza il rispetto del termine dilatorio.
I giudici tributari hanno confermato la legittimità di uno dei quattro, rilevando la sussistenza di valide ragioni di urgenza, costituite dall’imminente scadenza del termine di decadenza del potere impositivo; per gli altri tre, riguardanti annualità più recenti, invece, hanno disposto l’annullamento degli avvisi per mancato rispetto del termine dilatorio.
La decisione è stata impugnata sia dall’Agenzia delle Entrate che dal contribuente.
La prima ha eccepito che, in relazione agli avvisi annullati, il contribuente non aveva fornito la “prova di resistenza”, ossia non aveva esposto le ragioni incidenti su fatti decisi, che avrebbero potuto condurre ad un risultato differente, qualora il contraddittorio fosse stato attivato tempestivamente.
Il contribuente, invece, con riferimento all’avviso di accertamento confermato nonostante il mancato rispetto del termine dilatorio, ha eccepito l’assenza di valide ragioni di urgenza.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte di Cassazione chiamata a dirimere la controversia ha accolto il ricorso del contribuente, respingendo quello dell’Agenzia delle Entrate.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato che, secondo l’orientamento formatosi in giurisprudenza, le garanzie stabilite a tutela del contribuente sottoposto a verifiche fiscali trovano applicazione a qualsiasi atto di accertamento o controllo con accesso o ispezione nei locali dell’impresa, inclusi gli atti di accesso istantanei finalizzati all’acquisizione di documentazione. In tali ipotesi, l’obbligatorietà generalizzata del contraddittorio preventivo esclude l’ammissibilità della cd. “prova di non resistenza” dedotta dall’Amministrazione finanziaria per convalidare l’atto emesso in violazione del contraddittorio.
Inoltre, con riferimento alle ragioni di urgenza che, ove sussistenti e provate dall’Amministrazione finanziaria, consentono l’inosservanza del termine dilatorio, la Corte di Cassazione ha affermato che devono consistere in elementi di fatto che esulano dalla sfera dell’ente impositore e fuoriescono dalla sua diretta responsabilità, sicché non possono in alcun modo essere individuate nell’imminente scadenza del termine decadenziale dell’azione accertatrice.